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PERU’ (1979)
Fra storia e tradizioni


Ammirando  questi irreali paesaggi del Perù ci viene alla monte la religione inca che si fondava su tre principali basi di culto.

- il sole  e i  corpi celesti,
- i luoghi considerati santuari,
- l’ Inca e i suoi antenati.

Ma un altro dio che essi adoravano era Punchao, che rappresenta il Giorno.
Punchao designa l'istante dell’alba quando i primi raggi del sole scaturiscono all’orizzonte: un momento di limpida bellezza nell’aria trasparente delle Ande.

Davanti a noi, alle nostre spalle, da entrambi i lati:
-la  interminabile “Panamericana che unisce le due Americhe.
-Infiniti arenales sormontati da gigantesche dune dorate che compongono l’allucinante “Sahara” peruviano.
-Tremila chilometri  di deserto, uno dei più estesi  del mondo,  interrotto solo da una sessantina di oasi, con piantagioni di cotone,  vigneti, aranceti, bananeti, tutti assetati della poca acqua dei torrenti andini che muoiono prima di giungere al mare.

L’Oceano Pacifico è al nostro fianco, le sue onde furiose  s'infrangono con enormi spruzzi di schiuma.
Ci accompagna il nauseante odore ammoniacale  dei sacchi  di grano che ricoprono i moli dei piccoli porti insabbiati.
Oltrepassiamo questa “natura  morta” , priva di fauna e di flora, avvolta da una nebbia di sabbia giallastra che ricopre innumerevoli rovine sommerse.
Qui, nei luoghi in cui dovrebbero susseguirsi inestricabili e lussureggianti foreste vergini, si celano con un ritmo allucinante mummie terrificanti.

Archeologia

Il primo giro pressoché completo del Perù lo fece un italiano, Antonio Raimondi.
Fuggito dall'Italia dopo la cinque giornate di Milano  per evitare le persecuzioni austriache, il geografo nineralogo italiano approdò in  Perù e offrì alla nuova patria la sua vasta esperienza.

Dopo aver girato quasi tutto il Paese  viaggiando a dorso di mulo  e vivendo per lunghi mesi tra gli indios  primitivi,  Antonio  Raimondi  non solo scoprì resti  archeologici di grandissimo  interesse, ma disegnò  la prima carta geografica del Perù, carta che sostanzialmente è sempre valida perché la conoscenza del misterioso  Eldorado non ha fatto molti pregressi da allora.

Al nord del Perù si ebbe la cultura mochica rappresentata dalle figurazioni di queste ceramiche
che rappresentano con vivido naturalismo tipi somatici, scene di vita quotidiana, piante, combattimenti e pratiche sessuali.

Nello stesso periodo la civiltà Nazca  produsse anch’essa ceramiche e tessuti di straordinaria bellezza.
Meticolosamente delineati, i temi variano enormemente tra soggetti scelti nella fauna e nella flora autoctone (terrestre e marittima) e tra gli uomini e le donne rappresentati nelle più diverse rappresentazioni quotidiane, e persino nei loro atteggiamenti e gesti amorosi. Ma soprattutto ossessionante come un “leit-motiv”, il misterioso demone-gatto, un essere ibrido, con mani che hanno artigli affilati, dotato di una coda pesciforme e di un corpo totalmente umano.
 
Il deserto
La pampa di Nazca

Un fatto straordinario della zona Nazca è costituito dai particolari  segni tracciati sul terreno; infatti, per chi sorvoli in aereo l’area che circonda Nazca, appaiono visibili numerosissime linee lunghe e dritte, oppure a zig-zag o a spirale, oltre a vere e proprie figure geometriche.
La lunghezza di queste linee varia dal mezzo chilometro a più di otto e la loro presenza sta a dimostrare che fu tolto lo strato superficiale di terreno ricco di ossido di ferro che copriva la sabbia gialla.
Non si sa quando questi segni furono praticati né il loro scopo, anche se alcuni hanno avanzato l’ipotesi che dovessero servire per fare calcoli astronomici per stabilire un calendario; resta il fatto che l’esecuzione di queste linee perfettamente rette e delle altre figure richiese una notevole abilità oltre che un’organizzazione di lavoro.

E’ soprattutto dall’alto, sorvolandole, che si può ottenere una impressione generale delle opere colossali esistenti su queste pampas.
All’inizio l’occhio scorge solo un insieme caotico, ma poi, a poco a poco, l’osservatore si rende conto che quel disordine è solo apparente ed è conseguenza di una predeterminata  e prevista organizzazione.
Ad esempio, tutte le linee e le figure sono associate e collegate in un modo ben preciso ad altri disegni, ovvero a un centro di irradiazione, situato in una figura stellare o in una a foggia di ventaglio.
Tutti i raggi terminano sempre in una pista o in una figura oppure in un nuovo centro di irradiazione.
E’ solo sorvolandoli con l’aereo o l’elicottero che si possono valutare in tutto il loro splendore e realismo le proporzioni e l’ammirevole precisione con cui sono stati tracciati gli animali schematizzati,  i quali visti dall’alto danno vivida l’impressione del movimento.

Uno dei pochi punti sui quali tutti gli archeologi si trovano d’accordo è che per fare i “disegni” di Nazca venne usato il sistema del raspaje, cioè il raschiamento del suolo o, per meglio dire,  del suo sgombero e pulitura accurata.
Le pietre e i ciottoli anneriti a causa dell’esposizione al sole, furono spostati e ammucchiati sui lati, in modo da mettere a nudo, tra i due bordi scuri così ricavati, il terreno ocraceo molto più chiaro e ottenere, per contrasto, delle linee facilmente visibili.
 
Nazca e cimitero di Chauchilla
Ad una trentina di chilometri da Nazca si trova il meno noto, ma molto interessante, “Cimitero di Chauchilla”, una grande pianura disseminata di ossa, teschi, frammenti di vasi e mummie risalenti al periodo tra il 1000 ed il 1300 d.C. Le mummie, che sino a pochi anni fa erano sparse in modo disordinato in tutta la pianura desertica, sono state saccheggiate dai tombaroli. Solo ultimamente sono state raccolte in 12 tombe ma il terreno circostante è tuttora cosparso di frammenti di ossa.
 

   
L’uso di violare le tombe ha inizio dai conquistadores in quanto sapevano che i peruviani seppellivano con i loro morti grandi quantità di oggetti d’oro. In un certo senso precorsero i gusti un po’ macabri dei più recenti  archeologi o presunti tali, non quindi tutti innamorati esattamente della scienza.
II primo a inventare il “gioco” di scoperchiare tombe fu Fernando de Luque, altro avventuriero amico di Pizzarro e di Almagro. In compenso dell’aiuto prestato fu nominato vescovo di Cuzco, ed egli si impegnò a estrarre oro da quelle facili miniere ch’erano le tombe dei peruviani ricchi.
Ad un certo momento divenne una specie di svago domenicale per le buone famiglie aristocratiche o di borghesi benestanti innamorati dell’arte preincaica e incaica .
Andar per i cimiteri è un’attività molto comune in Perù . Benché vietata dalla legge è diffusissima in ogni categoria sociale perché molto redditizia. Scoprire un’antica tomba india è come scoprire una miniera; lungo i duemila chilometri di costa peruviana di tombe ve ne sono a decine di migliaia l’importante è di capitare sul punto giusto per iniziare gli scavi sotto la sabbia del deserto.
In un primo tempo andavano alla ricerca dei gioielli, apprezzavano soltanto l’oro che rinvenivano nelle tombe e distruggevano il vasellame fittile che consideravano senza valore.



In un primo tempo i peruviani bramavano soltanto i monili sepolti con le mummie e distruggevano il vasellame,  imitando in ciò l’antico vescovo  Fernando de Luque.

Poi l’interesse degli archeologici  e degli  intenditori per il vasellame aprì nuovi orizzonti ai cercatori di tombe quando scoprirono che potevano vendere  per  qualche migliaio di lire i dai vasi di ceramica a qualsiasi pezzo di stoffa, ed incominciarono ad andare per cimiteri  per rifornire gli antiquari e i proprietari di collezioni private.

Profanare una tomba, sorprendere la mummia col grido della morte pietrificato fra i denti infissi negli alveoli scoperti,  toglierle  di dosso le stole e le coperte che l’aridità della sabbia ha conservato intatte, ammassare vasi e statuine, è indubbiamente un’emozione inconsueta.
Tutto questo materiale proveniente dai macabri scavi,  lo si ritrova poi  nei musei statali  e privati. Dalle lucenti vetrine,  stoffe, vasi e gioielli si rivelano testimonianze sicure  non soltanto per la storia dell’arte ma della vita dell’antico Perù.

Le stoffe preziose,  tessute a mano con lana di vigogna  e tinte con vari coloranti,  soprattutto vegetali; le oreficerie,  laminate con forte senso del rilievo e del realismo esprimono compiutamente il gusto artistico degli antichi peruviani.  Ma è nelle ceramiche raffinate, perfette  nelle forme,  nella cottura,  nelle vernici e, in special modo, nelle fantastiche decorazioni, con  disegni di animali e
figure antropomorfiche che precorrono di duemila anni i pittori  informali di oggi,  che gli antichi peruviani hanno meglio  espresso il  loro squisito temperamento artistico.

L’ operazione chirurgica che veniva eseguita con notevole perfezione tecnica e che è tipica di questo popolo era la trapanazione del cranio.
Centinaia  di scatole e craniche hanno rivelato aperture poligonali,  rotonde o ovali ottenute mediante tecniche diverse.

Nel tentativo  di perfezionare  i loro sistemi  operatori, i chirurghi peruviani usarono, a questo scopo, numerosi strumenti: in primo luogo il  coltello di silice o di ossidiana, poi il tumi, una lama di bronzo semicircolare fissata a un’impugnatura centrale , infine i punzoni metallici fabbricati  con oro, argento e rame.
In questo modo, sia limando l’osso, sia segandolo,  sia aprendovi una serie di minuscoli fori che resecavano a festoni una sezione della scatola cranica, i peruviani si aprivano l’accesso al misterioso universo del cervello.
Varie sono le ipotesi per cui venivano eseguite queste operazioni: forse si trattava di un’operazione destinata ad alleviare la pressione endocrina in occasione di ferite alla testa (dobbiamo ricordare che i soldati combattevano essenzialmente con fionde, mazze e spadoni di legno pesante) o da periostiti, e altre affezioni del genere. L’operazione doveva essere tuttavia abbastanza sicura se si sono trovati crani con il segno di cinque o sei trapanazioni. Quanto all’aspetto doloroso dell’operazione sappiamo che il paziente veniva anestetizzato con la coca, che era di largo uso nella medicina inca.
 
Il cotone

Alle porte del deserto si apre la vallata di Canete  con le sue immense piantagioni di cotone, “l’oro bianco”, che costituisce la fortuna del Perù da vari millenni.

Il lama
Il lama fu addomesticato dalle popolazioni di questa zona all’incirca nel 500 d. C. Dalla lana del lama si ricavarono i primi filati e da questi le stoffe e i tessuti per i quali gli indiani precolombiani erano giustamente famosi.
Lo sterco di lama serviva come fertilizzante per l’avaro suolo di queste montagne e inoltre come materiale da ardere.
I lama non avevano l’uguale come bestie da carico poiché erano capaci di trasportare le loro piccole some per lunghissimi tratti delle pericolose piste montane. Oltretutto non avevano bisogno di grandi cure e sapevano procurarsi da soli, lungo il cammino, il foraggio necessario.  Ancor oggi il lama e i prodotti  che se ne ricavano sono importantissimi per l’economia degli indios. Le carovane di lama si incontrano di frequente soprattutto d’inverno, mentre discendono dalla montagna al fondovalle, portando i loro carichi di sale e patate.  
Lungo collo flessibile, delicata testa eretta, occhi  da finto ingenuo, alte orecchie a punto interrogativo adorne di un fiocco rosa intenso, aria di sfida, mantello di lana rossa ondulata, l’animale tipico delle Ande è il miglior amico e la provvidenza dell’indio.
Il più piccolo boccone d’ichu, una povera graminacea indurita, basta a sfamare questo animale, che  fornisce all’indio il pelo per vestirsi, la pelle per le ojotas che lo calzano, la carne affumicata col charqui, le ossa da cui ricavare flauti dal suono melanconico e attrezzi per tessere, i nervi per le fionde, il sego per la medicina empirica e la stregoneria, un feto “magico” per la fertilità dei campi e per fondamento della nuova casa, lo sterco seccato come combustibile. Questo animale che l’indio immolava in un cruento sacrificio alla Pachamama. La Madre-Terra ed all’Inti, il Dio Sole.

Il quipo – cordicelle
La tecnica con cui i peruviani si avvicinarono maggiormente alla scrittura fu quella dei segni mnemonici usati per registrare statistiche e avvenimenti storici.  Gli incas avevano i famosi quipu, cordicelle nelle quali il colore dei fili e i nodi rappresentavano unità aritmetiche e categorie di registrazione. I quipu, o cordicelle a nodi usate dai funzionari degli Incas per tenere la contabilità dell’apparato amministrativo e, forse, per segnare cose da ricordare, furono distrutti. Chiamati dagli Spagnoli “i libri del diavolo”, furono ammucchiati nelle piazze e bruciati senza che nessuno s’interessasse di conoscere il significato dei nodi e del colore delle cordicelle.  

Museo – Tessuti – Donne che tessono

Come è dimostrato da queste antiche stoffe del periodo incaico la tessitura è un’arte antichissima del Perù, tramandata fino ai giorni nostri dalle donne indios che tessono nastri e tappeti dai colori sgargianti.
 
La danza

L’antica musica peruviana  ebbe un’importanza notevole e spesso determinante  nella vita della comunità, sia nella sua forma vocale che in quella strumentale.
Le figurazioni inca suggeriscono l’idea che lo scopo principale dell’attività musicale fosse connesso alla danza, e quindi contasse più sul controllo del ritmo e del tempo che sulla libertà dell’invenzione melodica.
Ciò avviene ancora oggi nella regione andina, con danze figurate che dimostrano aperti punti di contatto con la cultura inca che è possibile conoscere attraverso i bassorilievi.
La musica india ha sentito fortemente l’influenza spagnola ma ha conservato il carattere ripetitivo, il tono monotono, la ferma regola del tempo e del ritmo.
La musica dei Quechua e degli Aymarà è ossessiva, ma non in senso eccitante e orgiastico, come per esempio quella negra, anzi è eccezionalmente contenuta e controllata con una tendenza esplicita all’interazione di piccole frasi ritmico-melodiche.
Dei due gruppi andini gli Aymarà presentano una tradizione musicale e culturale più conservatrice,
mentre i Quechu offrono oggi prodotti espressivi molto contaminati.
Nelle città costiere la musica ha pochi caratteri indigeni. Come dovunque la canzone moderna ha preso il sopravvento sui modi locali e dato vita ad un genere di tipo internazionale.
In questi ultimi anni gli elementi nordamericani hanno sopravanzato anche quelli spagnoli. Nel periodo  incaico  unico svago  erano le cerimonie religiose nel corso delle quali si mangiava e si beveva , una volta tanto, a sazietà. Molte erano le feste, ma parecchie erano riservate solo ai nobili. Elemento fondamentale delle feste erano le danze legate al culto, quasi tutte mimiche, espressive e vivacissime. Tra le altre, la danza del “puli-puli” che ripete le fasi della caccia agli uccelli di questo nome; la danza  dei “parianes” e degli “aironi” la danza del “Chaco” che ricorda le battute di caccia. In genere si può dire che le feste col loro significato religioso si ispiravano a momenti importanti della vita quotidiana, così la danza della  patata, in cui si imita il gesto della semina,  quella degli aironi che accompagnava l’apertura solenne dei canali di irrigazione e la loro consegna ai capi, ecc.
Le danze popolari esigevano spesso costumi speciali e qualche volta gli esecutori dovevano dipingersi la faccia e portare maschere.  Sulla costa erano ingentilite da movimenti eseguiti con un ventaglio di piume. Alcune, che comportavano dei salti, erano riservate agli uomini.

IL SOLE  FRA MITI E REALTA'
Ricordi di un viaggio in Perù - Il lago Titicaca -
A 19 miglia nautiche dal porto di Puno, sul lago Titicaca, vi è una delle isole più stupende ed interessanti, sia per il paesaggio che per i costumi dei suoi abitanti anche se la difficoltà di movimento a 4000 metri di altezza ci toglie parte delle forze e smorza la dinamicità dei nostri entusiasmi. L'isola è abitata da circa 650 persone che vivono d'agricoltura e di artigianato fra cui il lavoro  a maglia (soprattutto berretti), che è un'occupazione tipicamente maschile. Ma oltre all'atmosfera di pace è stato interessante per noi conoscere i rapporti su base estremamente comunitaria che regolano la vita degli abitanti. Abbiamo assistito alla distribuzione delle caramelle fatta dal capo dell'isola alla popolazione, sia maschile che femminile, richiamata dal fischio dello stesso strumento che usano da noi gli arbitri nelle partite di calcio. A coloro che non hanno potuto interrompere il lavoro  le caramelle verranno portate dal capo stesso.
E' un piccolo conservatorio delle tradizioni delle genti del lago, dediti alle pratiche magiche, comuni del resto alle altre isole ed alla costa, che sono destinate ad assicurarsi il dominio dei fenomeni naturali legati alla vita agricola.
Uno dei rari incontri con la religione cattolica avviene il 25 luglio, giorno di S. Giacomo, in cui il curato dell'isola viene a celebrare i matrimoni ed i battesimi dell'anno. Alla sera dalla cima dell'isola assistiamo all'immergersi nel lago del disco dorato del sole. Viaggiamo lontano nel tempo passato e ricordiamo una preghiera che queste popolazioni dedicavano al Dio sole, ritenuto il padre dell'Inca, l'imperatore.
"O Creatore! Che i sudditi dell'Inca, i popoli che gli sono sottomessi e i suoi servitori siano in sicurezza e in pace sotto il regno di tuo figlio, l'Inca che ci hai dato per sovrano, finché dura il suo regno, che essi si moltiplichino e che restino salvi, che sia per essi un'epoca di prosperità, che tutto cresca, i campi, gli uomini e il bestiame, e conservi sempre in mano tua il monarca al quale hai dato la vita, o Creatore".
Le pecore pascolano fra le piante di eucalipti importate dall'Europa, fra le ripide terrazze dell'isola  che secondo la tradizione degli abitanti del luogo,  assistette alla creazione ed  al diluvio universale. Gli abitanti dell'impero inca credevano  che su un'isola del lago vi fosse la residenza principale del dio supremo Virococha che secondo una leggenda era uscito dal lago per creare il mondo e gli uomini.  Gli abitanti vi adoravano  una roccia sacra presso la quale fu costruito un tempio dedicato al dio Sole.

TITICACA
Fra Perù e Bolivia
1979

La città di Puno, dalla cattedrale di stile platoresco, è situata sulla riva ovest del lago Titicaca a quasi 4000 metri di altezza, nella parte peruviana del lago.

Provenendo da  Arequipa  che si trova a circa 1500 metri più in basso, Puno ci da’ il primo impatto con le difficoltà di respirazione e conseguentemente di movimento che si verificano alle grandi altezze.
La dura lotta per la sopravvivenza ha forgiato il carattere e la personalità di queste popolazioni;  anche il fisico si è adattato hanno il torace ampio, il cuore e la milza più grossi del consueto, e il midollo spinale capace di produrre più globuli rossi, per catturare le scarse molecole di ossigeno.

La città, con i suoi 35.000. abitanti è la più grande che si trova sulle rive del lago ed è il punto di partenza per le escursioni alle isole ed agli isolotti, circa una quarantina, fra i quali si trovano l’isola del Sole chiamata anche Titicaca e l’isola della Luna detta anche Coati, ma la visita più interessante è quella alle isole fluttuanti degli Uros per la particolarità  del materiale di cui sono costruite queste isole.
II porto lacustre della città è anche importante luogo di sbarco degli abitanti delle varie isole che portano ancora, oltre agli antichi costumi, decorativi copricapi dai disegni vecchi di secoli, che indicano esattamente la regione da cui proviene chi li porta.
Il lago più alto del mondo, dalle rive invase di canne, si estende su circa 6900 Km2., ed arriva alla profondità massima di 280 mt. al largo dell'isola
di Soto.

II suo livello subisce considerevoli variazioni, che possono andare fino a 3 metri secondo se l'anno è stato più o meno piovoso.

La totora, nome locale del giunco del Titicaca,  con gli steli che affollano le acque  basse del grande lago, è la base della vita e dell'economia: dalle isole stesse al paesaggio, dalle capanne alle imbarcazioni.

Osservando le balsas, cioè le imbarcazioni di totora che servono agli indigeni per pescare o per spostarsi, vengono alla memoria, per la conformazione a  cordoni longitudinali strettamente legati e intrecciati, le barche del Nilo raffigurate nelle tombe dell'antico Egitto.
 Per provare una relazione  con esse,  una grossa zattera di canne ha di recente navigato dall’Africa al1'America.
La costruzione di queste barche richiede de tre  a sei giorni  di lavoro.
Le canne sono stese al suolo in tre parti che formeranno i tre fuselli, poi legate con tracce comporranno la balsa.
Il “cuore della balsa”,  cioè il “fuso mediano” è più corto e meno voluminoso degli altri due che saranno serrati regolarmente e progressivamente da due uomini, lavorando alternativamente da ogni lato della futura imbarcazione in maniera da darle un peso ed un volume identico ed assicurarle  la stabilità sull’acqua.
Per questo lavoro si utilizzano uncini di legno, ed un martello di pietra per pigiare le canne che vengono bagnate di tanto in tanto.

Una volta terminata l’opera, “il cuore della balsa”,  che serve da fondo,  è divenuto invisibile.
La balsa , allora dotata o no di una vela.
La durata di una tale imbarcazione è da sei a dodici mesi, dopo di che essa si appesantisce nell’interno ed inizia a marcire.
 
Isole galleggianti
Se  non lo si apprendesse in precedenza, non sarebbe facile capire che le isole galleggianti, che ospitano ciascuna da tre a quattro nuclei famigliari, sono formate da grandi ammassi di giunco sminuzzato, che facendo corpo unico, si sostengano sull’acqua, e consentono ai loro abitanti di costruire capanne e di condurvi une primitiva vita di artigiani e pescatori.

Le capanne ci danno l’impressione  di una certa provvisorietà, poi mitigata dall’osservazione e dal contatto con la sapienza e la tenacia dell'intreccio.
Neppure il vento impetuoso e i temporali preoccupano la resistenza della totora, che forma le capanne a tetto spiovente. Ci si entra chinandosi, ma all'interno si può stare in piedi, anche se un po’ attenti a non calpestare le suppellettili o i giacigli costituiti da mucchi di totora e
dalle classiche coperte di lana.

L’impatto con le popolazioni delle isole fluttuanti è quanto mai deludente.
Si  riversano sul turista, sbarcato dall'imbarcazione di turno, in modo ossessivo e lamentoso, offrendogli le cianfrusaglie, di dubbio gusto, preparate per l'occasione.  Vendono  tutto:  dalla propria immagine alla fugace visione in una delle loro abitazioni.

Le guide si  ostinano a presentarceli come  degli Uros, a dispetto della loro diversità  dai gruppi etnici che abitano qui da fine del secolo scorso.
Essi  sono in effetti degli Aymara e qualche discendente degli Uros può trovarsi solo dopo i matrimoni con gli abitanti  attuali, ma non parlano più la lingua originale.

All’ epoca coloniale informazioni concernenti gli Uros  sono assai numerose.
Secondo il cronista Anello Oliva, l’Inca Sinchi Rocca ordinò agli Uros "che sono persone grossolane e pigre: ciascuno di loro dia al mese come tassa un  tubo riempito di pidocchi  al fine che nessuno sia ozioso”

Durante la dominazione Inca, furono costretti a lasciare le loro isole  di totora ed andare ad abitare nei villaggi vicini.
L’esperienza fu un fallimento e dietro  i lamenti dagli abitanti dei villaggi che li accusavano di rubare e di depredare, gli Uros furono costretti a ritornare sul lago e furono minacciati di morte nel caso  in cui essi se ne fossero allontanati.

Durante l’epoca coloniale  gli Uros  non furono considerati meglio.
Erano così  “lenti”, per le esigenze europee, che furono “esentati”, nel 1577, dal lavoro forzato nelle miniere d'argento di Potosì, ma furono  obbligati a mettersi al servizio degli spagnoli  di passaggio.
Si rivoltarono nel 1632, ma vinti  da Rodrigo di Castro, essi dovettero lasciare le loro isola di tortora e stabilirsi sulla costa. Alcuni ritornarono poi a popolare il lago, altri si mescolarono alla comunità  Aymara. Gli abitanti delle isole fluttuanti sono oggi degli Aymara, e qualche discendente degli Uros può trovarsi solo incrociato con essi.
Queste furono le cause per cui il gruppo etnico degli Uros si estinse:  per deportazioni forzate,  con l’incrocio  della razza, e l’abbandono dalla lingua.

Sembra quasi di sprofondare nell'acqua camminando  su queste specie di piattaforme mobili, in cui la totora fresca  viene continuamente aggiunta a quella ormai in putrefazione.

Le acque del lago, leggermente salate, sono pescosissime, ma nell’epoca moderna, il taglio delle canne di cui il pesce si  nutriva, e ora usate per
l'esportazione, ha impoverito le acque, e l’immissione  delle trote ha provocato la regressione delle specie autoctone di cui si nutrivano gli indios del lago.
Mentre gli uomini pescano, alle donne è affidata la preparazione del pesce; carpe e pesci gatto che  vengono spaccati  in due, messi a seccare al sole e poi affumicati.

Si dice che il pesce  del lago Titicaca  venisse cucinato per l'Inca, a  Cuzco, il giorno dopo la cattura.
Tre le due località c’erano ben 225 Km.
Il pesce veniva trasportato dagli uomini staffetta, corrieri ben allenati, che riuscivano a percorrere 240 Km. al giorno. Ogni giovane giungeva stremato dopo dieci minuti di corsa, passava il pesce al compagno in attesa e raggiungeva poi la stazione di posta più vicina per rifocillarsi.
Anche gli uccelli, cacciati sul lago, vengono trattati alla stessa maniera dei pesci: tagliati in due parti messi a seccare  al sole.
 
Isola Taquila
Perù

A diciannove miglia nautiche dal porto di Puno vi è una delle isole più stupende ed interessanti, sia per il paesaggio che per i costumi dei suoi abitanti anche se qui le difficoltà di movimento dei quattromila metri di altezza si fa più pressante che altrove a causa della natura collinare del luogo che ci obbliga a salire e scendere. Essa è abitata da circa  seicentocinquanta persone che vivono d’agricoltura e d’artigianato di cui il lavoro a maglia, soprattutto berretti, è un’occupazione tipicamente maschile.
Oltre all’atmosfera di pace è stato interessante per noi vedere i rapporti che regolano la comunità: rapporti improntati su una base estremamente comunitaria e paternalistica.  
Nel pomeriggio, nella piazza, avviene la distribuzione delle caramelle fatta dal “capo” dell’isola, a tutta la popolazione sia maschile che femminile, dopo un preventivo richiamo col fischietto. A coloro che lavorano sarà il capo stesso a portare le caramelle.
L’isola di Taquila è un piccolo conservatorio delle tradizioni delle genti del lago dedite, come del resto tutte le altre genti dell’isola e della costa, alle pratiche magiche destinate ad assicurare il dominio dei fenomeni naturali  legati alla vita agricola.

Uno dei rari incontri con la religione cattolica qui avviene soltanto il 25 luglio, giorno di San Giacomo, quando il curato dell’isola viene a celebrare i matrimoni ed i battesimi dell’anno.    
In questo momento sulla cima dell’isola di Taquila ci viene alla mente un’antica preghiera popolare dedicata al Dio Sole:

“O Creatore! Che i sudditi dell’Inca, i popoli che gli sono sottomessi e i suoi servitori siano in sicurezza e in pace sotto il regno di tuo figlio, l’Inca che ci hai dato per sovrano, finché dura il suo regno, che essi si moltiplichino e che  restino salvi, che sia per essi un’epoca di prosperità, che tutto cresca, i campi, gli uomini e il bestiame, e conservi sempre in mano tua il monarca al quale hai dato vita, o Creatore”.

 

Continua...  >>  leggi la seconda parte

 

 

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