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Tuareg (Sahara 1974)

 

“Lontano a sud dell'Algeria, nella desolata immensità senza piste del Sahara, vive una razza di predoni nomadi, che, a causa della loro empietà, gli arabi hanno chiamato "Tawarek" o "Abbandonati da Dio".


Questa immagine, ci venne fornita dagli inglesi, tramite delle fonti arabe, che già a partire dal X° secolo, ci dipingono queste popolazioni come formate da bande di predoni, nomadi, razziatori ed assassini.

I tuareg sono dei berberi di razza bianca, discendenti dei più antichi abitanti dell'Africa Settentrionale, che al momento delle prime invasioni arabe opposero validi baluardi all'invasore. Questa giusta opposizione alla penetrazione mussulmana, portò gli arabi a considerare i Tuareg "predoni", "empi" ed "assassini". Novecento anni dopo vedremo gli stessi tuareg opporsi fieramente alla colonizzazione francese del Sahara.

A 2000 Km. a sud di Algeri in pieno Sahara, si trova questo massiccio montuoso di estensione leggermente inferiore a quella della Francia, chiamato Hoggar, che costituisce la spina dorsale del Sahara, con le sue montagne alte fino a 3000 metri.

L'immagine che anche noi abbiamo costruito intorno a questi uomini, misteriosamente velati di blu, signori del deserto, razziatori, predatori, ci si manifesta quanto mai falsa e presuntuosa. La stessa struttura del loro paese era un ostacolo, la loro lingua un enigma, la loro origine un mistero. Sappiamo che questo popolo velato aveva un re, una classe di nobili, dei vassalli, che ha mantenuto fino a tempi recenti la pratica costante della schiavitù, e che ha vissuto su un'economia arcaica e limitata, basata su scambi commerciali.

Per noi che “siamo andati alla ricerca di zoo umani, ad uso di studiosi, o di agenzie di viaggio per turisti in cerca di folclore autentico”, c'è solo l'incontro con una realtà che ci si rivela ben diversa da quella che i nostri principi, la nostra educazione, e condizionamenti della nostra società, ci hanno illustrato finora. Questi uomini ci appaiono per quello che realmente sono: non dei nomadi in eterna transumanza, non dei predoni in cerca di carovane da razziare, ma uomini semplici e genuini, pastori pacifici aggrappati ai loro territori, sempre però entro frontiere ben precise. Questo popolo velato, di cui non vediamo che gli occhi, ha un viso come il nostro, con espressioni che sono le nostre: sorrisi, inquietudini, divertimenti, pensieri, tristezze e buonumore.

Per essere accettati da loro è sufficiente spogliarci del nostro atteggiamento errato nei loro confronti, fatto di arroganza, paternalismo, sufficienza, e cominciare a vivere alla giornata insieme a loro, imparando a conoscerli ed a rispettare tutto ciò che fa parte del loro mondo.

Solo cosi si può arrivare a riscoprire e ad apprezzare quella solidarietà umana, quel vero e spontaneo senso di umanità, che sono connaturati all'individuo, pur se, già anche qui, si manifestano i guasti che missioni, paternalismo e colonialismo hanno prodotto.

Il cammello
Dovunque, nel mondo, là dove l'immobilità del tempo non è stata turbata, inquinata, dall'ansia incalzante, ossessiva, che spinge l'uomo nella sua corsa, sulla via dell'autodistruzione, là dove si ritrova costante il binomio   uomo-animale.  Al   di   là  di  questo  concetto  dal quale  deriva l'immagine del cammello come parte integrante della vita dell'uomo del deserto, scaturisce quello che è il suo valore più profondo, ma anche più evidente: il raffronto implicito con la moneta: se nella società capitalistica, per misurare potenza, ricchezza, prestigio, si ricorre al metro universalmente accettato del denaro, nel deserto il corrispondente del denaro è il cammello.

Da mezzo di trasporto a dote matrimoniale, concepita come dimostrazione da parte dell'uomo della sua idoneità a contrarre matrimonio. Quanti più cammelli uno possiede tanto maggiori sono le garanzie per le responsabilità che si concretizzano ancora una volta a livello di sopravvivenza, e che il futuro marito e padre dovrà non più e non solo per se.

Evidente è la sua importanza per la vita e per la sopravvivenza dell'uomo che questi lo situa sopra un piano d'importanza simile a quello sul quale si ritrovano gli altri individui. E' naturale quindi che il tuareg ami il cammello, poiché il rapporto che li unisce non ammette alternative. L'uno senza l'altro non vive.

Per evitare che i cammelli durante il pascolo si spingano a brucare troppo lontano dal bivacco, i tuareg usano legare le zampe anteriori con delle corde che limitano notevolmente l'andatura.

Il   cammello può   fare   a  meno  di  bere  per  intervalli  che  giungono  fino a due mesi e in questi casi il suo pieno d'acqua sembra possa giungere fino a cento litri.

L’acqua
Nel deserto, il cammello, la capra e l'uomo, si dissetano alla stessa fonte. L'otre per l'acqua è generalmente ricavato da una pelle di capra o di montone intera ed è l'unico mezzo per conservare fresca l'acqua, grazie ad un leggero fenomeno di evaporazione, anche se per noi europei il sapore di quest'acqua, a causa del contatto della pelle, si rivela disgustoso. In questa regione, l'acqua si trova scavando nel letto asciutto degli oued, canali che stanno e testimoniare l'antica presenza dei fiumi, allorché queste terre erano fertili. In occasione delle rare piogge stagionali, l'acqua si raccoglie in questi canali, dove filtra rapidamente nel sottosuolo, depositandosi a profondità che vanno da pochi centimetri, fino anche a due metri, ed il tuareg scava fino a che non trova una vena d'acqua. Oltre che negli oued, l'acqua si può trovare anche nelle "aguelman", che sono pozze naturali fra le rocce, dove si deposita, l'acqua di sorgente, di scolo o residuo di piogge.

Il tè
Alla sosta di mezzogiorno, come a quella della sera, l'operazione della preparazione del tè precede quelle relative alla preparazione ed alla consumazione del pasto. Mentre le foglie sono in fusione, si prepara una seconda teiera, dentro la quale viene immerso, dopo averlo spezzato, un pezzo di zucchero e quindi si versa il decotto dall'alto per fonderlo. Dopo aver nuovamente sostituito l'acqua, rimessa la teiera sul fuoco, si impiegano lunghi momenti per far fondere completamente lo zucchero, travasando il tè dalla teiera in un bicchiere, dal bicchiere nella teiera e così via. Finalmente un filo di tè riempie ogni bicchiere e questo lento rituale, immutabile, si ripete ancora due volte, fino a che ciascuno ha avuto tre  bicchieri di tè sempre più chiaro, e sempre meno forte.

La taguella
La taguella è il nutrimento preferito dei tuareg, ed è l'elemento base della loro alimentazione. Per farla è necessario lavorare un chilo di farina di grano duro, macinato grossolanamente, un quarto d'acqua, e una buona presa di sale per una taguella di venti o venticinque centimetri di diametro: nel frattempo si accende un bei fuoco sulla sabbia pulita, operazione che ha una grossa parte di responsabilità in quello che sarà il risultato, perché la sabbia deve essere ne troppo grossa ne troppo fine.

Si lascia cuocere a braci tiepide per circa 20 minuti. In seguito si lava la taguella con l'acqua calda o fredda per eliminarne i granelli di sabbia che resterebbero altrimenti attaccati alla crosta. Si condisce con ciò che si ha a  disposizione:  spaghetti con una salsa a base di cipolle, pomodori seccati e pelati, o con un osso già usato, o semplicemente con dell'olio o burro fuso dell'Hoggar, che ha un gusto molto gradevole; oppure molto lussuosamente con una salsa di burro e grasso insieme Alcune varianti di condimento dipendono da ciò che si ha a disposizione: un resto del terzo infuso di tè molto dolce, latte acido e frammenti di datteri, oppure alcune innovazioni come sardine sott'olio e crem caramel.

Lo chèche
Lo chèche è il capo di vestiario più importante, quello senza il quale il  tuareg  si  sente  nudo.

A  proposito  si  racconta  un episodio:  un  uomo si lavava a un punto d'acqua nudo come un verme. Una pastora lo sorprese, di scatto l'uomo afferrò i pantaloni e si coprì il viso senza curarsi di coprire  il sesso. Un corpo senza i segni caratteristici del viso può appartenere a tutti e a nessuno. Viceversa le espressioni ed i sentimenti che si manifestano su un viso non possono che riferirsi ad una persona determinata. L'origine ancestrale di portare lo chèche, ancora completamente sconosciuta, suscita numerosi interrogativi. All'origine di questo costume sarebbe la necessità di un velo a protezione delle vie respiratorie in un paese dove la secchezza dell'aria è notevole, e costituisce una necessaria protezione contro il calore eccessivo ed il vento forte. Per ciò che riguarda il colore può cambiare dal nero e dal bianco classici, al blu, dal quale deriva l'appellativo di uomini blu, con il quale i tuareg sono maggiormente conosciuti nel mondo. Questi chèche, che noi chiamiamo carta carbone, sono impregnati di indaco che ha la caratteristica di colorare la pelle di blu. Probabilmente l'uso dell'indaco risale a tempi remoti e rispondeva all'esigenza di proteggere la pelle dal sole, cosi come anche il trucco degli occhi, comunemente diffuso tuttora fra uomini e donne tuareg, risponde alla necessità di proteggersi dal sole.

Oggi
Le popolazioni tuareg vagavano liberamente nella fascia dell'Africa che divide la zona abitata dagli arabi da quella abitata dai negri. Ma dopo la fine de! colonialismo europeo, sono cadute le antiche strutture che mantenevano l'equilibrio di queste società, e questi uomini si sono trovati sotto nuovi padroni, che non permettono loro il nomadismo, costringendoli a vivere entro frontiere ben delimitate. Questi nuovi confini non sono stati decisi dai popoli dell'Africa, a seconda quindi di determinate e logiche divisioni geografiche, razziali e linguistiche, ma dall'antico colonialismo europeo, a seconda delle proprie esigenze di sfruttamento. Negli stati in cui adesso comandano i negri, i tuareg vengono sterminati, quale rivalsa allo schiavismo a cui erano soggette queste popolazioni da parte degli stessi tuareg.

Negli stati in cui gli arabi sono adesso al comando, si cerca di impedire la loro transumanza: obbligandoli, come qui in Algeria, a fare il servizio militare, anche se essi non si sentono assolutamente ne arabi, ne algerini. Questo servizio è però indispensabile per avere in seguito un qualsiasi posto di lavoro.

Dopo la morte del loro ultimo re l’ "Amenokal", il governo algerino ha proibito loro di eleggerne il successore. Anche questo è uno dei provvedimenti che portano a distruggere l'antico ordine gerarchico della tribù. In queste zone si sta cercando un minerale importante per il mondo industrializzato: l'uranio; il ritrovarne grandi quantità sarà una delle cause che porteranno verso la completa estinzione fisica e culturale di questa società entro la fine di questo secolo.

Per migliaia di anni, questa gente ha sperimentato il proprio ambiente, imparando il valore di ogni pianta e di ogni animale, e dando vita a delle società perfettamente funzionanti e almeno fino a poco tempo fa durevoli, anche se certe volte ciò poteva basarsi su pratiche che il nostro mondo non può totalmente accettare: come l'infanticidio, l'aborto e la schiavitù. Queste società possono tuttavia fornirci degli insegnamenti preziosi, in quanto i! loro stile di vita era spesso superiore a quello del mondo sviluppato ed i loro valori più sostenibili e tenaci.

Come tutti gli uomini essi hanno bisogno di rispetto e di comprensione, e del tempo necessario per adattarsi a circostanze nuove e confuse. Però il   ritmo al   quale  si  estinguono  va  aumentando,  e  proprio  questi  popoli che hanno continuato a vivere nella più stretta armonia con l'ambiente devono aspettarsi in futuro, nient'altro che un inevitabile processo di estinzione: oppure, se sono capaci di resistere all'urto di questo processo, l'alternativa per loro è un malevolo relegamento negli strati più bassi di  una società che  li  disprezza e li costringe ai lavori più servili.

E' auspicabile che prima che sia troppo tardi, possiamo imparare a dividere il nostro mondo con popoli i cui valori e tradizioni differiscono dai nostri, ma le cui conoscenze e coscienza di se stessi non sono minori delle nostre. Se ciò avverrà, senza paternalismo, ma con pieno riconoscimento degli altrui diritti, senza squallida degenerazione dei rapporti umani, il  pianeta  potrà  divenire  un  luogo migliore  in  cui  vivere: diversamente, il singolo, sarà  travolto dal  materialismo dilagante di questa nostra sedicente civiltà che nel più prossimo futuro non potrà far altro che modificare senza aiutare, distruggere senza costruire.

 

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